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	<title>Giulio Bernardini, Autore presso LINKIN PARK ITALIA</title>
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	<title>Giulio Bernardini, Autore presso LINKIN PARK ITALIA</title>
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		<title>Linkin Park &#8211; A Thousand Suns</title>
		<link>https://linkinpark.it/recensioni/a-thousand-suns-la-recensione-di-linkin-park-italia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giulio Bernardini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Sep 2010 18:24:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’erano una volta i Linkin Park, sei ragazzi poco più che ventenni decisero che era giunto il momento di portare un autentico uragano di novità nel già variegato panorama musicale d’oltreoceano...</p>
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<p style="text-align: justify;">C’erano una volta i Linkin Park. Nella terra, ahinoi o per fortuna lontanissima della California, oramai più di dieci anni fa, sei ragazzi poco più che ventenni, al tempo ancora affetti da acne giovanile, con la loro valigia piena di sogni ed ottimi propositi, decisero che era giunto il momento di portare un autentico uragano di novità nel già variegato panorama musicale d’oltreoceano, al secolo pullulante di realtà già di successo, che fondavano tutte la loro proposta musicale nel concetto di “crossover”: prendi l’ingrediente A, l’ingrediente B, e l’ingrediente C, tali che A, B, C non abbiano nulla a che fare fra loro, e fondili assieme in un unico disco, tale da poter portare alla ribalta il tuo nome.<br />Ogni band aveva la facoltà di scegliere, anche senza alcuna ratio, quali ingredienti miscelare fra loro: più esplosivo sarebbe stato il risultato, più rapidamente la classifica di Billboard sarebbe stata scalata, senza intoppi.</p>
<p style="text-align: justify;">La vera e propria “politica” musicale del periodo, nell’ambito in cui i Linkin Park si inserirono, era esattamente questa. Un modo quasi “avveniristico” di scrivere musica, che vide nella formula del “Nu-Metal” la soluzione più adottata dai gruppi che, all’alba del 2000 e poco più avanti, videro i loro dischi venduti a milioni su milioni di copie. Una rivoluzione, certo, senza dubbio rilevante nell’enorme calderone del rock statunitense, che in quegli anni era scosso dal tremolante futuro dei grandi nomi del passato, dai <em> Metallica </em>ai <em>Faith No More</em>. Un fatto che portò al successo decine di gruppi, ognuno degno di nota e con una sua anima caratterizzante.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 2010, di quella rivoluzione, non c’è quasi più traccia, e la motivazione sta essenzialmente nel fatto che quel mondo, quello del Nu-Metal, pur portando innovazione, non fu capace di innovare se stesso, di cambiare pelle, di evolversi. E i “capostipiti” del genere, si trovarono di fronte ad una necessità: strapparsi le vesti di dosso e giocarsi il tutto per tutto cambiando radicalmente direzione, strizzando anche l’occhio a tendenze più easy, più radiofoniche, come se quella “corrente” che tanti artisti aveva sfamato in quegli anni, non fosse stata sufficientemente sfruttata e pubblicizzata dai media musicali di allora, e non è necessario fare esempi. Chi ha intrapreso questa via, oggi è ancora dopo dieci anni (ed, è il caso di dirlo, chissà per quanto ancora) lì a scaldare le platee, e fra questi, troviamo proprio i Linkin Park.</p>
<p style="text-align: justify;">Per capire il perché di un disco come <strong>A Thousand Suns</strong>, significato del concept a parte, bisogna materialmente effettuare questa digressione, altrimenti non si spiega il perché un gruppo così amato, radicato, diffuso e supportato in quasi tutto il mondo, giochi da quasi 4 o 5 anni “al gatto e al topo” col mondo dei propri “seguaci”, spaccati a metà fra coloro che “non vogliono sentire” le ragioni di una band che all’infinito ripete ossessivamente di non essere più (e non, sia chiaro, di non essere <em>MAI </em>stati) quella degli amati esordi, e fra quelli che invece comprendono, giustificano e supportano questa scelta, riservandosi poi il giudizio sul risultato raggiunto. Quale spirito più costruttivo e buono di questo può essere usato per giudicare l’operato dei Linkin Park da 5 anni a questa parte? Nessuno.</p>
<p style="text-align: justify;">Venendo al disco, che è tutt’altro che un mero affare di cronaca in questa recensione, <strong>A Thousand Suns </strong>non può e non deve essere considerato solo come la chiusura del cerchio del lavoro cominciato, non con risultati eccellenti per altro, in Minutes To Midnight. Di fatto questo disco presenta al suo interno, riveduti e corretti, tutti i principali elementi, privati dei loro difetti e delle principali mancanze, che avevano caratterizzato quel tanto odiato/amato disco della svolta. Elementi, e per certi versi anche temi, espressi qui in maniera più completa, esplicita ed esauriente, dove i timidi esperimenti compositivi poco riusciti ascoltati in <strong>Minutes To Midnight </strong>sono qui invece parte costituente dei migliori episodi del disco. Un netto passo in avanti quindi, e verrebbe da dire che questo lavoro si presenti esattamente come sarebbe dovuto essere il disco precedente. Tutti sanno però che per le cose buone bisogna saper aspettare, e l’attesa in questo caso, non può che dirsi ripagata.</p>
<p style="text-align: justify;">Tecnicamente parlando, siamo di fronte ad un’opera davvero finemente realizzata, con un altissima dose di sperimentazione giunta qui finalmente a vero compimento: un disco di sostanza, di cuore, di grandi tematiche, e proprio quest’ultimo punto meriterebbe una certa riflessione, che prenda per un momento le distanze da quella che è la musica a sé stante. Colpisce il lavoro svolto nel concentrare ogni aspetto del disco, specialmente dal punto di vista lirico ma non solo, sul tema della crisi globale della società moderna, prima assuefatta dagli strumenti, di media e di distruzione di massa, che essa stessa ha creato, poi improvvisamente risvegliata dal coma dogmatico auto-impostosi, quando l’essere umano, colto da un momento di lucidità, apre la finestra e osserva il mondo sull’orlo del baratro, per una ragione che non viene completamente specificata, nonostante l’allusione alle armi nucleari ed al loro “peso” politico internazionale sia chiaro e palese. Ma per trascendere da questa realtà, quella dipinta nel disco, il gruppo introduce, ad hoc in momenti decisivi, trafiletti di discorsi di reali personaggi, attivisti di vario genere, che fungono quasi da monito all’ascoltatore: se l’umanità in ginocchio velatamente allusa nel tema centrale del disco è frutto comunque dell’immaginazione, la realtà contemporanea è costellata di messaggi che possono e devono allarmarci. Una funzione quasi didattica ed educativa che non può essere certo trascurata.</p>
<p style="text-align: justify;">Passando alla musica, colpisce e non poco l&#8217; &#8220;omogeneità&#8221; della produzione: il disco è arricchito da diversi intermezzi strumentali che hanno la fondamentale funzione di fare da filo conduttore fra le mille sfaccettature dell’opera. Si faccia riferimento, ad esempio, alle battute iniziali: l’inquietante introduzione di <strong>The Requiem</strong>, cupa, tetra, quasi avvilente, illuminata solo dalla fioca voce femminile presente, si fonde perfettamente col successivo intermezzo, <strong>The Radiance</strong>, la cui funzione è essenzialmente quella di trainare l’ascoltatore, senza “sbalzi emotivi”, dentro la prima vera traccia del disco: <strong>Burning In The Skies</strong>. Le luci si accendono assieme al tiro delle drum machine, che contribuiscono al crescendo di emozioni ed intensità, sostenendo con la giusta dose di ritmo la coppia Bennington-Shinoda, che già qui si rende protagonista di un’ottima prova. Il giro di piano, le dolcissime note di Brad e il classico “wall of sounds” elettronico, fanno da sfondo essenziale a quest’ottimo inizio.</p>
<p style="text-align: justify;">Con la successiva <strong>When They Come For Me</strong>, introdotta peraltro ottimamente dal fuoco di sbarramento e dalle urla di proteste non meglio specificate di <strong>Empty Spaces</strong>, iniziano le prime vere sorprese. Una base dal tiro micidiale, robotico, elettrizzante, irrompe nella strana quiete d’inizio brano con violenza ed invadenza, i bpm s’innalzano imperiosi mentre un grande Shinoda rispolvera con rinnovata determinazione il taccuino delle rime. Chester è anche qui tutt’altro che comprimario: i suoi cori sofferti nel chorus, trasmettono un sinistro senso di abbandono, di inevitabilità, vocalizzi colmi di tristezza che si fanno ancor più intensi nel bridge sul finale, dove quando sembra quasi tutto finito, le chitarre campionate di Brad deflagrano nelle orecchie dell’ascoltatore, sostenute da una sezione ritmica da oscar, arricchita da tribalismi arabeggianti. Una delle perle del disco senza ombra di dubbio.<br />Con la successiva <strong>Robot Boy </strong>si ritorna decisamente su lidi più calmi, il suono si depura dalle ruvidità della traccia precedente, cosìccome il ritmo risulta decisamente snellito. Le note di piano iniziali sono l’introduzione a questa splendida ballata dove un Bennington accorato prende in mano le redini del gruppo. Un’altra traccia strumentale, <strong>Jornada del Muerto</strong>, ci porta all’ascolto di uno dei brani più innovativi del disco: <strong>Waiting For The End </strong>è il brano dove meglio si amalgamano le due metà vocali della band. Un raggaeggiante Shinoda introduce e sostiene il suo “comprimario” che qui tocca vertici di emozionalità forse mai toccati prima d’ora, specialmente nelle strofe. Anche qui, una base di matrice quasi hip-hop, viene poi ribaltata da una più pulita sezione di batteria. Emozione, intensità, qualità. Altro gran pezzo e sicuramente futuro singolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora un Bennington protagonista nella successiva <strong>Blackout</strong>, dove a sovrastare i pad anni ’90 e il gelido beat di sottofondo, ci pensa la sua voce: limpida e cristallina nelle strofe quanto abrasiva e colma di agonia nelle sezioni urlate. Decisamente uno dei brani più particolari dell’intera carriera dei Linkin Park, arricchito peraltro da un finale a due facce: al cardiopalma la prima parte, dove gli stessi gutturali vocalizzi vengono violentati dalle sapienti mani sul deck di Joe Hahn, mentre decisamente più posata la seconda. Nella successiva <strong>Wretches And Kings</strong>, si riprendono i concetti visti When They Come For Me con un Shinoda decisamente impegnato. Merita menzione la base di quest’altra perla: un’alchimia di drum kit semplicemente perfetta, in grado di entrare lentamente ma inesorabilmente nella mente dell’ascoltatore. Nella ballata <strong>Iridescent</strong>, il gruppo nella sua interezza arriva a compiere una delle canzoni più complete della loro carriera. Anche qui, Bennington e Shinoda si avvicendano alla perfezione, raggiungendo entrambi l’obiettivo di entusiasmare e colpire dritto nel cuore nelle strofe che portano allo splendido finale in build-up, arricchito da degli azzeccati cori di sottofondo. Solo nel finale del disco giunge il singolo di lancio del gruppo, <strong>The Catalyst</strong>, dove uno scatenato Joe Hahn introduce, senza perdersi nel resto del brano, le iterate strofe del pezzo, in una scala d’intensità anche qui ottimamente realizzata. Forse il brano più <em>Holliwoodiano </em>del disco, dove maggiormente vengono richiamati alla mente gli scenari di distruzione e devastazione per il momento solo lasciati, seppur chiaramente, intendere.<br />La vera chiusura di questa opera è affidata a <strong>The Messenger</strong>, ed anche qui i Linkin Park ci riservano delle sorprese: un lento di chitarra acustica e un inedito e cantautoriale Chester mettono la parola fine a questa splendida esperienza.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è veramente poco altro da aggiungere. Un disco completo, ottimamente realizzato, che misura con accuratezza l’alternanza delle dosi di aggressività e quelle di, seppur relativa, calma. Un disco che può accontentare tutti come nessuno, ma che comunque, non potrà lasciare indifferenti.</p>
<h1>Voto: 9.5</h1>
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		<title>Wretches and Kings &#8211; La recensione</title>
		<link>https://linkinpark.it/recensioni/wretches-and-kings-la-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giulio Bernardini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Sep 2010 20:44:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Abbiamo ora, fra le nostre mani e finalmente, la “smoking-gun” del concept-album che scuoterà le coscienze di chi fino a questo momento aveva una certa idea di chi fossero i Linkin Park, nel bene e nel male...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[ <p>&#8220;Breve saggio&#8221;.</p> <p>Abbiamo ora, fra le nostre mani e finalmente, la “smoking-gun” del concept-album che scuoterà le coscienze di chi fino a questo momento aveva una certa idea di chi fossero i Linkin Park, nel bene e nel male. Se con un primo dubbioso ascolto di The Catalyst, quasi spiazzati da un brivido sinistro che aveva scatenato il nostro sistema nervoso centrale, avevamo iniziato a domandarci seriamente di che cosa stessimo esaminando, e specialmente ad opera di chi, oggi invece abbiamo l’assoluta certezza che qualcosa è decisamente cambiato nelle file del gruppo californiano e che, per una volta, le tanto criticate anticipazioni “propagandistiche” del gruppo riguardo a temi e significati sono oggi confermate nei fatti e nella musica in maniera chiara, nitida, face to face.</p> <p>Un conto è un singolo di lancio e un conto è un brano estratto direttamente da un disco, preso singolarmente, non previsto nella lista dei papabili singoli almeno ufficialmente. Scegliere un singolo è qualcosa che dipende da diversi parametri, come l’orecchiabilità dello stesso se si vuole “vendere”, o il fatto che contenga qualcosa di rappresentativo del significato generale dell’opera se si vuole invece “trasmettere”.</p> <p>The Catalyst è<strong> IL</strong> singolo rappresentativo di qualcosa che prima non conoscevamo e che oggi invece, scopriamo un po’ di più. Un pezzo alla volta. Forse, più che di trasmettere, la funzione di The Catalyst è quella di “avvertire”, di “predisporre” l’ascoltatore a qualcosa che sta per affrontare. E infatti il contatto con Wretches And Kings è qualcosa di diametralmente opposto a quello avuto con il singolo. Uno ti prende quasi per mano, illustrandoti un mondo sfigurato dalle divisioni, dai sensi di colpa, e dal destino oramai segnato. L’altro è molto di più che un semplice j’accuse: è il midollo, la radice, la verità nuda e cruda che i fumi e le apparenze di The Catalyst celavano in maniera quasi sospetta. Wretches And Kings è il proiettile che si scopre dentro la busta sigillata.</p> <p>Il brano è un grido disperato alla rivolta, un superamento di ogni immagine evocativa, è un mostrare come stanno le cose direttamente, aprendo una finestra sul mondo. E’ una scossa, un’iniezione anarchica di adrenalina, a partire dal discorso megafonato iniziale, che porta all’annichilazione sonora seguente. Una cascata di acido corrosivo sui timpani caratterizzata da pareti di chitarre robotizzate, masturbazioni digitali, suoni sporcati, distorti, deviati, e nonostante questo, messi ordinatamente in riga da una base dal tiro quasi teutonico, militare, una marcia adatta a scatenare.. La rivolta appunto. La protesta, la ribellione, come suggeriscono sia le liriche sia gli intermezzi di discorso pubblico ripresi dall’inizio, discorso scelto non a caso e recitato non a caso da Mario Savio, attivista americano dei diritti civili, la cui attività si è concentrata negli anni ‘60/’70, dove ancora negli USA in materia (valga l’esempio degli afroamericani) c’era ancora molto di cui discutere.</p> <p>Tornando alla musica, si diceva di un ritmo del pezzo trascinante, a tal punto da causare quasi assuefazione, volutamente ridondante e ripetitivo (elemento condiviso con il singolo), a metà strada fra Boomfunk MC’s e Beastie Boys, in cui i cupi ed aggressivi versi in quattro quarti di un’incontenibile Shinoda sono scanditi da quel beat micidiale, secco come un Martini, arricchito dagli amplessi sui deck di un definitivamente redivivo Joe Hahn, che si mette in evidenza specialmente nel finale a colpi frenetici di scratch, quasi a voler piegare le punte diamantate dei piezoelettrici. Nella danza che assume quasi un tono rituale nella parte centrale, trova pure spazio Mr. Bennington, e non certo con un ruolo da comprimario. Anzi, esattamente dove fino a poco tempo fa sembrava aver perso la sua collocazione naturale, Chester fa da perfetta spalla a un Shinoda in un chorus emozionalmente struggente.<br />Rare volte, almeno recentemente, Bennington aveva dato prove convincenti come questa anche laddove Mike, di fatto, riesce a divenire il fulcro attorno al quale tutto il brano fa leva.</p> <p><strong>“Welcome to the machine&#8221;. </strong></p><p>L'articolo <a href="https://linkinpark.it/recensioni/wretches-and-kings-la-recensione/">Wretches and Kings &#8211; La recensione</a> proviene da <a href="https://linkinpark.it">LINKIN PARK ITALIA</a>.</p>
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		<item>
		<title>La recensione di The Catalyst</title>
		<link>https://linkinpark.it/recensioni/la-recensione-di-the-catalyst/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giulio Bernardini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Aug 2010 07:14:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo interminabili giorni di attesa, dopo essere stati sfiziati, invogliati da anticipazioni su youtube, dopo aver potuto sguinzagliare la nostra fervida immaginazione oggi possiamo finalmente dire di aver potuto ascoltare l’opera compiuta, completa di ogni particolare di questo nuovo singolo dei Linkin Park...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<br />
<h1>Recensione di The Catalyst (Singolo)</h1>
<p>Dopo lunghi, perenni, interminabili giorni di attesa, dopo essere stati sfiziati, viziati, invogliati da anticipazioni su youtube, dopo aver potuto sguinzagliare la nostra fervida immaginazione con il rilascio su internet degli stems del relativo contest, oggi possiamo finalmente dire di aver potuto ascoltare l’opera compiuta, completa di ogni particolare, di questo nuovo singolo dei Linkin Park.</p>
<p>Ci sono diverse ragioni per le quali l’hype sviluppatosi in questi giorni attorno a questa release, era giunto ai massimi storici, perfino per una band come questa che può vantare da sempre un costantemente crescente pozzetto di seguaci. La più importante fra queste, è sicuramente l’importanza di questo momento per la band, che arriva da un periodo intenso di attività in studio, anche esterna al gruppo stesso, basti pensare al fortunato progetto parallelo di Chester Bennington.</p>
<p>I Linkin Park arrivano qui, nella calda estate del 2010, col proposito di chiudere il cerchio inziato e lasciato aperto con Minutes To Midnight: lo stadio iniziale, la prima missione, il primo tuffo alla cieca verso questa che si può definire una nuova avventura. Spogliati completamente delle loro vecchie, e per moltissimi amate, vesti, i nostri di oggi sono una band che appare rivoluzionata nei ruoli interni dei suoi membri, specialmente per quanto riguarda il comparto vocale. Anni luce di distanza sono i tempi in cui si poteva distinguere con certezza la funzione di Chester e Mike nelle canzoni: oggi non è più così, uno è comprimario dell’altro nello stesso ruolo, ed un anticipazione di questo si è già avuta con l’album precedente. Si aspettano quindi conferme nell’imminente uscita del prossimo “A Thousand Suns”, conferme che comunque sono già alla luce del sole ascoltando questo nuovo singolo.</p>
<p>Come immaginabile, è sempre difficile affrontare il problema di discutere di un brano estratto da un album senza aver esaminato il progetto nel suo insieme, ma da questo ascolto si possono ricavare alcuni interessanti indizi, utili alla ricerca di una previsione corretta di quello che potrà essere nella sostanza questo tanto atteso nuovo disco.<br /> Venendo al singolo, del quale non ho pronunciato il titolo ma penso che oramai lo sappiate tutti è “The Catalyst”, si può subito affermare di come esso si distingua, in maniera davvero radicale, da ogni altro singolo di lancio fino ad ora rilasciato dal gruppo.<br />Il brano trasuda di epicità del momento, specialmente all’inizio, dove a seguire l’intro di pad dal refrain quasi gotico, le drum machine si levano dalla polvere, Joe Hahn si risveglia finalmente dal coma regalandoci un intermezzo di scratch che perfettamente si inserisce nel contesto, e a seguirlo ci pensa Phoenix Farrell, altro membro che da lungo tempo pareva un disoccupato neanche cassa-integrato, che qui invece interviene magistralmente con un giro di basso che contribuisce a riempire il muro sonoro progressivo che lentamente viene a delinearsi nei primi minuti.</p>
<p>Entrano in scena i cori di Chester e Mike, quanto mai, nel vero senso della parola, lanciati assieme verso uno scopo comune, e sorprendendo allo stesso modo per il forte coinvolgimento che riescono a suscitare nelle strofe ripetute, che narrano di un’apocalisse inevitabile, uno scenario di devastazione in cui il genere umano con le spalle al muro impreca, chiede aiuto a Dio stesso, e menzionando dei “peccati” da lui commessi (the sins of our hands, the sins of our tongues, the sins of our fathers, the sins of our young) cerca forse un modo per redimersi anche se è troppo tardi. La tempesta infuria, le chitarre in background urlano facendosi spazio fra i beat e le strofe ridondanti che inziano ad assomigliare quasi a canti di preghiera. Il tiro del pezzo aumenta sempre di più, tracciando perfettamente i lineamenti agonizzanti di questo panorama di distruzione.</p>
<p>Elementi tutti decisamente poco radio-friendly, in cui sono l’oscurità, il buio, l’oniricità dell’incubo a farla da padrone. Ecco però che sul culmine, in gergo calcistico “in zona Cesarini”, la tempesta cessa d’un tratto, le nubi iniziano a diradarsi nel finale del pezzo. E’ come la fine di un temporale estivo: la pioggia diminuisce d’intensità, le nubi schiariscono, si disperdono e un raggio solare illumina la superficie ancora bagnata, lasciando però intatti i segni del fenomeno. Il risveglio dall’incubo, in cui è ora il solo Bennington l’artefice di questo sipario dal sapore epicamente hollywoodiano.</p>
<p>Se il buongiorno si vede dal mattino… </p>
<h1>Voto</h1>
<p>Sarebbe un otto pieno, ma senza album a fare da corredo, il voto, a differenza del commento, non è molto sensato.</p>
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			</item>
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		<title>Dead By Sunrise &#8211; Out of Ashes</title>
		<link>https://linkinpark.it/recensioni/out-of-ashes-dead-by-sunrise/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giulio Bernardini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Oct 2009 18:37:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La recensione di Out of Ashes &#8211; Dead By Sunrise Dopo lunghi mesi di attesa, eccoci finalmente giunti a mettere le mani su questo Out Of Ashes, quanto mai infiammato esordio dei Dead By Sunrise. Ora che possiamo osservare l’opera nella sua famigerata interezza, ci si accorge di come l’album si presenti come un lavoro [...]</p>
<p>L'articolo <a href="https://linkinpark.it/recensioni/out-of-ashes-dead-by-sunrise/">Dead By Sunrise &#8211; Out of Ashes</a> proviene da <a href="https://linkinpark.it">LINKIN PARK ITALIA</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h1 style="text-align: justify;">La recensione di Out of Ashes &#8211; Dead By Sunrise</h1> <p style="text-align: justify;">Dopo lunghi mesi di attesa, eccoci finalmente giunti a mettere le mani su questo Out Of Ashes, quanto mai infiammato esordio dei Dead By Sunrise. Ora che possiamo osservare l’opera nella sua famigerata interezza, ci si accorge di come l’album si presenti come un lavoro dal carattere fortemente omogeneo: il gruppo non si prende troppi rischi, ma allo stesso tempo non scende a compromessi, sfornando un disco morbido, lineare, senza mai scendere al livello della banalità o della scontatezza. E già questo è, di per se, un grosso pericolo da poter considerarsi scongiurato.</p> <p style="text-align: justify;">Per quanto riguarda le idee che emergono, è evidente che il gruppo propone qualcosa di molto semplice musicalmente, riuscendolo a concentrare perfettamente nella durata media delle tracce, relativamente bassa, quasi tipica di un album punk-rock che però, col punk, non ha molto a che vedere, salvo qualche ombra portata.<br />Il vero regista di questo lavoro, è senza dubbio Chester Bennington, che qua riveste per la prima volta nella sua carriera, il ruolo di leader indiscusso di qualcosa che, molto probabilmente, viene fuori quasi esclusivamente dalla sua verve, dalla sua classe, dalle sue grandi capacità. Questo disco ha una grande dote, che di questi tempi è pure piuttosto rara: la sua ascoltabilità, la sua longevità.<br />Chi lo ha ideato è riuscito appieno nell’intento di condensare in un lavoro di una durata, come detto, non certo esagerata, idee semplici, immediate e del tutto efficaci. Il leit-motif dell’album è un’ oscillazione periodica del ritmo del disco, che alterna momenti graffianti ed abrasivi, come le potenti <strong>My Suffering</strong>, <strong>Inside Of Me </strong>e <strong>Condemned</strong>, ad episodi sicuramente più dolci, che provocano un forte e piacevole senso di contrasto e di versatilità del gruppo, come avviene nella lenta e sognante <strong>Let Down</strong>, arricchita da synth e sonorità catchy e da una delle migliori prove di Bennington sia per quanto riguarda il cantato sia per quanto riguarda il testo in sé, ed Into You, che sembra costruirsi da sola nel suo lento scorrere, mentre la calda ed emozionale voce del frontman riesce sempre ad aggiungere quel qualcosa in più, che è presente in ogni traccia del disco. Tracce come queste, alle quali si aggiungono le già esaminate <strong>Fire</strong>, bellissima opener, il fortunato singolo <strong>Crawl Back In</strong>, e l’originale refrain industrial di <strong>Morning After </strong>a chiudere il disco, sono sì valide, ma latitano per quanto riguarda quell’aspetto che è sempre fondamentale in un disco che abbia l’ambizione di essere quantomeno ricordato: quello che un sospiro, una nota o un brano intero riescono a lasciare dentro, la traccia indelebile che divide il disco valido ed ascoltabile, da quello che si può definire un capolavoro.</p> <p style="text-align: justify;">Il cuore pulsante di Out Of Ashes, è esattamente quello che sta nel mezzo, a metà strada fra le note aggressive, pseudo punk e post grunge di buona parte del disco, e gli episodi più aggraziati. Il vero canto del cigno viene fuori in tre tracce principalmente, guarda caso quelle dove Bennington ci mette davvero del suo. <strong>In The Darkness </strong>ricorda nelle strofe i Depeche Mode di Exciter: il frontman qui è davvero leader, la profondità della sua voce si fonde alla perfezione con le chitarre acustiche smorzate, la ricercatezza, il ritmo trascinante e le atmosfere oscure come da titolo. Una traccia completa, notturna, inesorabile, con quel valore aggiunto richiesto. Il senso di tristezza e di abbandono che traspare dalla drammatica <strong>Walking In Circles</strong>, è anch’esso parte di questo qualcosa in più, assieme ad un’altra prova assolutamente maiuscola del lead-singer, che conferma una volta di più la sua capacità di poter arrivare a sfiorare lontane frontiere dell’emozione come pochi altri. La stessa profondità è espressa nel terzo diamante del disco, <strong>Too Late</strong>, una ballata sicuramente più luminosa delle altre due sopracitate, che inoltre si avvale di un motivo centrale di sicuro effetto, che impiegherà relativamente poco tempo a rimanere impresso nella memoria.<br />Assolutamente degni di menzione sono gli arrangiamenti, che la piccola ma ben armata milizia esegue con maestria dietro l’opera dell’indiscusso protagonista.</p> <p style="text-align: justify;">Tirando le fila, possiamo dire con assoluta certezza che i Dead By Sunrise hanno centrato perfettamente il loro obiettivo. Chester Bennington si scrolla così di dosso, quasi rinnegandolo, tutto il lavoro fatto fino ad ora con i Linkin Park, privandosi di certi vincoli e risultando finalmente un artista completo come non mai… Regalandoci qualcosa che, dall’altra parte del muro, si desidera da diverso tempo.</p> <h1>Voto: 8/9</h1><p>L'articolo <a href="https://linkinpark.it/recensioni/out-of-ashes-dead-by-sunrise/">Dead By Sunrise &#8211; Out of Ashes</a> proviene da <a href="https://linkinpark.it">LINKIN PARK ITALIA</a>.</p>
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		<title>Dead By Sunrise &#8211; Inside Of Me [Singolo]</title>
		<link>https://linkinpark.it/recensioni/dead-by-sunrise-inside-of-me-singolo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giulio Bernardini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Sep 2009 07:33:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Siamo di fronte ad un&#8217;escalation, si può ora dire. Un&#8217;escalation di violenza? Forse, sta di fatto che l&#8217;ennesimo cut dall&#8217;album d&#8217;esordio di questo progetto parallelo, Inside Of Me, suona come una vera e propria sentenza. Una sentenza riguardo alle conclusioni alle quali finora siamo giunti: la distanza siderale dai Linkin Park, le ritmiche che ricordano [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Siamo di fronte ad un&#8217;escalation, si può ora dire. Un&#8217;escalation di violenza? Forse, sta di fatto che l&#8217;ennesimo cut dall&#8217;album d&#8217;esordio di questo progetto parallelo, Inside Of Me, suona come una vera e propria sentenza. Una sentenza riguardo alle conclusioni alle quali finora siamo giunti: la distanza siderale dai Linkin Park, le ritmiche che ricordano a tratti il grunge, in altri episodi il punk, derivando pure su uno stoner rock molto, molto radiofonico.</p> <p>Nulla di ciò poteva essere previsto, e lo sgomento aumenta ascoltando i monocromatici 2 minuti scarsi di questo brano: un vero e proprio assalto, che a tratti può vagamente ricordare un certo brano, Given Up, che già di per sè, sembrava essere stato partorito da un&#8217;altra mente rispetto a quella che ha prodotto Minutes To Midnight. Anche qui Chester non si concede pause, non conosce mezze misure, ed assieme al suo piccolo esercito a tratti sembra schizzare un po&#8217; gli occhi ai più recenti Papa Roach, o altri gruppi rappresentativi di questo revisionismo storico del rock made in USA che continua a rispolverare vecchie credenze, miti, sonorità che sembravano essere perdute e che oggi invece si trovano splendidamente alla luce, riviste e rimodellate.</p> <p>Semplicità compositiva, ed idee efficaci: ritmo trascinante, perfetto binomio voce-chitarra. Nulla di eclatante eh, s&#8217;intenda. E&#8217; la spaventosa facilità con cui i Dead By Sunrise sembrano sfornare melodie vincenti che è preoccupante.</p> <h1>Voto: 7/8</h1><p>L'articolo <a href="https://linkinpark.it/recensioni/dead-by-sunrise-inside-of-me-singolo/">Dead By Sunrise &#8211; Inside Of Me [Singolo]</a> proviene da <a href="https://linkinpark.it">LINKIN PARK ITALIA</a>.</p>
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		<title>Dead by Sunrise &#8211; My Suffering</title>
		<link>https://linkinpark.it/recensioni/la-recensione-di-my-suffering/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giulio Bernardini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Sep 2009 20:00:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il nostro <strong>EvilKittie</strong> ci ha fatto un'altra delle sue recensioni, questa volta su My Suffering. L'attesa sta per finire, mancano pochi giorni alla release Europea!</p>
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										<content:encoded><![CDATA[ <p style="text-align: center;"><img decoding="async" src="http://s5.imagestime.com/out.php/i381039_picture1mmn.png" border="0" alt="LPreturn Image" style="max-width: 380px;" /></p> <p>Ed eccoci di fronte al terzo, e si spera oramai ultimo, cut dell’album d’esordio dei <strong>Dead By Sunrise</strong>, intitolato <strong>My Suffering</strong>. Come se ce ne fosse il bisogno, questo episodio sottolinea ancor più marcatamente quelle che sono le vie maestre del suono della band, e le principali influenze musicali: tralasciando le non troppo velate “citazioni” stoner rock à-la Queens Of The Stone Age, questa My Suffering è ancora una volta una validissima scheggia hard-rock, un vorticoso giro della morte dove a farla da padrone sono i solidi &#8211; e quantomai soliti si può ora dire &#8211; muri di chitarre spianate, e l’ennesima prestazione convincente di Chester Bennington, che si conferma a pieno titolo un artista completo ed assolutamente versatile, ricoprendo con la classe e le note capacità che lo contraddistinguono ruoli per lui del tutto inaspettati. <br /> Un altro validissimo punch-in-the-face insomma, che non fa che aumentare le già elevate aspettative sul lavoro integrale, che si spera possa contenere anche frutti un po’ più originali e personali: ciò che può fare la differenza fra un conclamato buon album hard-rock di una dozzina di canzoni valide ma lineari come questa, ed un vero masterpiece del suo genere.</p> <h1 style="text-align: left;"><strong>Voto: 8.0</strong></h1><p>L'articolo <a href="https://linkinpark.it/recensioni/la-recensione-di-my-suffering/">Dead by Sunrise &#8211; My Suffering</a> proviene da <a href="https://linkinpark.it">LINKIN PARK ITALIA</a>.</p>
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		<title>Dead By Sunrise &#8211; Fire [Singolo]</title>
		<link>https://linkinpark.it/recensioni/dead-by-sunrise-fire-singolo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giulio Bernardini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Sep 2009 10:27:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questo secondo assaggio dell’album di debutto dei Dead By Sunrise, Fire, aggiunge definizione, nuove tonalità di colore e profondità a quanto già ascoltato in Crawl Back In. Come da titolo, il brano è una potente e ben costruita miscela esplosiva di melodie e soluzioni che infiammano il cuore: si conferma in pieno la tendenza hard-rock [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Questo secondo assaggio dell’album di debutto dei Dead By Sunrise, Fire, aggiunge definizione, nuove tonalità di colore e profondità a quanto già ascoltato in Crawl Back In. Come da titolo, il brano è una potente e ben costruita miscela esplosiva di melodie e soluzioni che infiammano il cuore: si conferma in pieno la tendenza hard-rock del gruppo, guidato da un sempre più versatile Chester che da il vero meglio di se’ nelle strofe: un po’ Dave Grohl, un po’ caricatura di sé stesso in altre vesti. L’introduzione con le chitarre pizzicate e campionate, il build-up delle percussioni, e l’irruzione della limpida, nitida e potente come non mai voce del frontman, nella lenta ma inesorabile progressione del pezzo, basterebbero già da sole a garantire la qualità del brano, una dolce e solare ballata nel complesso, impreziosita da un sapiente uso di samples e distorsioni e dallo struggente motivo centrale. <br /> Il tutto a confermare la distanza abissale che separa al momento il mondo dei Dead By Sunrise da quello dei rispettivi progetti principali. <br /> E l’attesa di avere tra le mani finalmente il lavoro completo, cresce.</p> <p> </p> <h1><strong>Voto: 8.0</strong></h1><p>L'articolo <a href="https://linkinpark.it/recensioni/dead-by-sunrise-fire-singolo/">Dead By Sunrise &#8211; Fire [Singolo]</a> proviene da <a href="https://linkinpark.it">LINKIN PARK ITALIA</a>.</p>
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		<title>Dead By Sunrise &#8211; Crawl Back In [Singolo]</title>
		<link>https://linkinpark.it/recensioni/crawl-back-in-singolo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giulio Bernardini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Aug 2009 15:08:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le logiche di mercato senza scrupoli hanno sotterrato da oramai oltre un decennio un termine, diventato poi una dottrina, che è rimasto in auge per una quindicina d’anni, per poi improvvisamente essere risucchiato dalla morte del suo principale prosecutore e discepolo, un certo Kurt Kobain che forse qualcuno ricorda distrattamente per lo sguardo spento, i [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.linkinpark.it/wp-content/uploads/2009/08/51jnjfpublss500.jpg"></a>Le logiche di mercato senza scrupoli hanno sotterrato da oramai oltre un decennio un termine, diventato poi una dottrina, che è rimasto in auge per una quindicina d’anni, per poi improvvisamente essere risucchiato dalla morte del suo principale prosecutore e discepolo, un certo <span style="font-weight: bold;">Kurt Kobain</span> che forse qualcuno ricorda distrattamente per lo sguardo spento, i capelli arruffati, e la voce secondo alcuni, terribilmente fastidiosa, per altri poetica una tacca sopra le rime del Leopardi. <br /> Comunque, per chi ancora non ci fosse arrivato, la parola, ed il nome della dottrina, era <span style="font-weight: bold;">GRUNGE.</span></p>
<p style="text-align: justify;">Oggi, abbiamo finalmente tra le mani un primo assaggio di ciò che sarà l’attesissimo album di debutto dei Dead By Sunrise, Out Of Ashes. <span style="font-weight: bold;">Crawl Back In</span> è il titolo di questo assaggio. Ma cosa c’entra il preambolo sul grunge, con ciò che stiamo ascoltando oggi? Ad un primo assaggio, il nulla più totale. Ma andando un po’ in profondità, cogliendo la sfumatura, non fermandosi al primo distratto ascolto in head-bangin’, si può individuare un nesso. Un nesso che, con l’abitudine, diventa un’evidenza. <br /> <span style="font-weight: bold;">A cominciare dal ritmo serrato, incalzante e ripetitivo delle percussioni sul pezzo; passando per la voce graffiata, sofferta, strappata di Bennington, giungendo poi al suono delle chitarre: poche elementari note per un riff volutamente semplice quanto volutamente azzeccato. Il senso di rifiuto, di negazione, di rivolta psicologica che il pezzo intero esala da ogni singola battuta. Tutto questo ha un po’ di ciò che fu il grunge. Non troppo, ma abbastanza per individuare l’arteria maestra del progetto ed analizzarne il sangue che vi pulsa dentro, anche se siamo solo alle prime battute di ciò che sarà l’intero album.</span></p>
<p style="text-align: justify;">Come già accennato, maiuscola è la prestazione del lead-singer: <span style="font-weight: bold;">Chester si strappa le vesti di dosso pur di non sembrare il leader dei Linkin Park in questo suo progetto, cercando di apparire e di cantare come qualcun altro, in un contesto completamente diverso.</span> Facendo un paio di paragoni, è come mettere la Madonna (non la Santa donna) della prima ora al posto di Dave Gahan nei Depeche Mode. Madonna è pop quanto lo sono i Depeche Mode, ma nessuno si azzarderebbe mai a dire che sono la stessa cosa.<span style="font-weight: bold;"> Linkin Park e Dead By Sunrise, sono lontani almeno un paio di galassie</span>, le stesse che separano la signora Ciccone dal terzetto inglese. <span style="font-weight: bold;">Eppure Bennington aderisce ed assorbe le vorticose sonorità hard rock del gruppo come la carta Scottex fa con le superfici bagnate. Si impregna di benzina come uno straccio e si lascia ardere fra le fiamme come una bottiglia molotov, e soprattutto, non tentenna un secondo. Mai una nota fuori posto, una convinzione ed una personalità che da un po’ non si vedevano in lui. Originale. Pieno di sé.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: bold;">E’ come se si palpasse attraverso questo primo singolo, un senso di liberazione per lui: può scrivere ciò che vuole, può cantare come vuole, senza dover lasciare spazio a nessun altro e non dover render conto a nessuno.</span> D’altra parte, il resto dei DBS esegue come un piccolo esercito pur non mancando della stessa grinta e personalità. Ci mancherebbe che non fosse così: ascoltare i consigli, o meglio, eseguire gli ordini, di chi fino ad ora ha guidato furbescamente un gruppo da milioni e milioni di dischi, è un obbligo al quale non ci si può sottrarre se si vuole provare a far dollari. <br /> E tutto questo in Crawl Back In funziona come una macchina da guerra. <span style="font-weight: bold;">Un pezzo hard-rock senza troppe perdite di tempo, un Panzer lanciato nella pianura che non ha paura di niente.</span> Il gruppo non perde terreno nemmeno nelle strofe, che potevano anche rischiare di essere il punto debole se vogliamo, a differenza del tema principale, che in un singolo ideato da Mr. Linkin Park non può essere altro che vincente.<span style="font-weight: bold;"> Ma ciò che è più sconcertante, ed a mio avviso maledettamente positivo, è che non c’è la minima ombra dei Linkin Park stessi, di ciò che suonano e più in generale, di ciò che sono.</span> Nemmeno un alito. <span style="font-weight: bold;">Qui sta il miracolo vero e proprio di Bennington: il suo vestire una pelle che all’inizio può sembrare non sua.. E che invece, dopo qualche secondo, ci si rende conto che lo veste perfettamente. E gli piace.</span> <br /> Mi aspettavo qualcosa in meno. E invece mi è giunto, per ora, molto di più. </p>
<h1 style="text-align: justify;"><span style="font-weight: bold;">Voto: 8.5</span></h1>
<p style="text-align: justify;">(aspettando l’album).</p>
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