Recensione critica del New York daily

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Siamo stati abituati a recensioni entusiastiche e sorprendenti circa l’album che presto ascolteremo, ma, si sa, c’è sempre chi d’accordo non è. Questa volta è il New York daily a presentarcene una, nella forma di una critica a tratti poco comprensibile. A voi il giudizio, comunque.

 

Per le prime due canzoni del nuovo CD dei Linkin Park, non avrete idea di chi starete ascoltando. La traccia iniziale include una voce che suona come femminile, o di qualcuno che stia imitando Justin Bieber. La seconda suona come un intermezzo da un film fantascientifico di terza categoria.
La terza non rende le cose più chiare. La danza, guidata dal synth, ricorda una canzone che il New order avrebbe potuto prendere in considerazione negli anni ’80, per poi scartarla perchè troppo flaccida.
Può davvero tutto questo uscire da una delle più famose e ciniche rap rock/nu metal band dell’ultimo decennio?
Apparentemente, i Linkin Park vogliono affondare i denti nella mano di chi li sfama, con questo A thousand suns. Nel caso non abbiate afferrato il concetto da questa partenza penosa, pensate a liriche come “I’m sitting in the smoke of bridges I have burned”, dalla terza traccia, o “Everybody wants the next thing to be just like the first, I’m not a robot, I’m not a monkey” dalla quarta.
Di fatto, sono rockstar incredibilmente ricche che negli ultimi 8 anni hanno venduto oltre 18 milioni di dischi solo in questo paese, principalmente abbattendo ciò che rimaneva del mainstream rock.
Presumibilmente, tutto questa ricchezza compra tutta la libertà che potresti volere per il tuo quarto album. Ma per guadagnartela, hai bisogno di capacità e personalità di peso. E nulla nel passato o nel presente dei Linkin Park suggerisce ci siano.
Immaginate che i Limp Bizkit improvvisamente decidano di fare i Pink Floyd. O che ai Nickelback venga in mente di fare un album stile Brian Eno. Questa è la terribile ambizione al talento: la band ha descritto il nuovo album come surreale, che presumibilmente significa che le canzoni si sfumino parecchio. Non meno di 15 tracce affollano i poveri 47 minuti del CD, molte delle quali frammenti, o meglio, suoni senza seguito.
Non c’è segreto circa chi abbia avuto in mente la band come modello. Con i suoi synth da panico, Blackout sembra una versione neutralizzata dei Nine Inch Nails. Wretches and kings punta vergognosamente a copiare le chitarre distorte ed i testi politicamente carichi dei Rage Against the Machine. Se i Linkin Park hanno abbandonato le vecchie formule, è stato solo per adottare quelle di altri.
Il più grosso rischio del CD sta nel tranquillizzare le parti vocali e nel rallentare i ritmi. Waiting for the end include la prestazione vocale di Chester Bennington più soft di sempre, mentre pezzi come Iridescent si focalizzano su un riff di piano torturato. Sfortunatamente, Bennington ha ancora le adenoidi del più inefficiente cantante emo, mentre il rapper Mike Shinoda continua a suonare come i Vanilla Sky, ma senza le giuste credenziali.
Teoricamente, è come se i Linkin Park non vogliano ripetere se stessi. Ma quanto il tuo talento è così pieno di clichè, è meglio continuare con quello che sai fare.

 

Che dire, manca ormai poco perchè ognuno possa farsi un’idea precisa. Stay tuned.

Fonte: nydailynews.com